AUTORE: Primo Levi
TITOLO: Se questo è un uomo
GENERE: Storico
DESCRIZIONE PERSONAGGI:
Primo è un ebreo italiano portato ad Auschwitz. Presto si trova ad analizzare l’annullamento della persona, conseguenza della vita in lager, si rende lentamente conto che chi ha a che fare con il lager non è uomo, e questo vale sia per i prigionieri che per i tedeschi. Primo nota che l’unico modo per sopravvivere è non arrendersi alla situazione; ma infrangere le regole (rubare) o ottenendo degli aiuti (tramite delle amicizie all’interno del campo). Pian piano si abitua a non aspettarsi cambiamenti dal futuro, perché sa che sarebbero negativi. Attribuisce il merito della sua sopravvivenza alla sua professione di chimico, che lo ha aiutato nei mesi più freddi in quanto lavorava al caldo in un laboratorio, ma ricorda l’esperienza come normale prigioniero, paragonando la vita in lager all’Inferno di Dante, con continui riferimenti ad esso e alle sue vicende.
TEMA CENTRALE:
Il tema centrale analizzato è la vita nei campi di concentramento, le sofferenze date dal freddo e dalla fame, ma soprattutto i cambiamenti psicologici negli individui soggetti a questo nuovo tipo di vita, sempre uguale e sempre duro da sopportare, in quanto il lager è finalizzato all’annientamento della dignità umana.
TRAMA:
Il libro nasce, come lo stesso autore testimonia, come una testimonianza e un documento e riveste anche questi caratteri stilistici.
Nel libro viene descritto il periodo di prigionia compreso fra due terribili inverni nord europei, inverni durante i quali il narratore vede numerosi suoi compagni morire di stenti a causa delle proibitive condizioni ambientali, del precario stato igienico-sanitario del campo, del lavoro massacrante. Dentro questo folle progetto di distruzione, l’uomo non riesce più a provare pietà, non conosce più l’amicizia, la ribellione, la speranza: si cura solo, assurdamente, di non morire e per questo lotta; combatte per mantenere in piedi quel mucchietto di ossa, senza altro scopo che non sia quello di aggiungere sofferenza alla propria condizione.
Il mattino del 21 febbraio 1944 insieme agli altri ebrei del campo, che erano circa 650, venne trasportato ad Auschwitz. Il trasporto delle vittime avvenne in treno, in vagoni merci sprovvisti di tutto persino di prese d'aria. Il treno viaggiava lentamente verso la destinazione e molti deportati morirono lungo il tragitto, il loro punto d'arrivo era Monowitz, un campo vicino Auschwitz. In seguito, quelli rimasti in vita, dopo esser stati battezzati con un nuovo nome, cioè un numero tatuato sul braccio sinistro, erano pronti per lavorare; il lavoro consisteva o nel trasportare blocchi di cemento da 80Kg l'uno dai treni alle fabbriche, o nel produrre gomma che serviva alle riparazioni sia delle attrezzature da guerra sia del campo stesso. Si lavorava d'estate e d'inverno, con il sole o con la neve sempre vestiti con una camicia e un pantalone. I prigionieri erano divisi in tre categorie: gli ebrei, i politici e i criminali, i quali comandavano sulle altre due categorie; essi si distinguevano dal segno che portavano tatuato sul braccio, infatti, i criminali portavano tatuato un triangolo verde, i politici uno rosso e gli ebrei la stella ebraica.
Nel lager la lotta per sopravvivere era senza remissione perché ognuno è "disperatamente ferocemente solo", qui l'uomo è solo a lottare per la sua vita e su di lui regna una legge feroce la quale afferma: "A chi ha, sarà dato; a chi non ha sarà tolto". Infatti con gli individui più forti i capi mantengono volentieri i contatti perché sperano di poterne trarre qualche utilità, mentre con quelli più deboli, che come afferma l'autore sono i mussulmani, non vale la pena di rivolgerli la parola e di farseli amici. La vita nel lager è un inferno, è una guerra giornaliera contro la fatica, la fame e il freddo; per cercare di sopravvivere e di sfuggire alle selezioni il più a lungo possibile c'erano tre vie: l'organizzazione, la pietà e il furto; chi non metteva in pratica questi metodi ma soccombeva semplicemente, cioè chi eseguiva tutti gli ordini che si ricevevano, chi mangiava solo la razione che gli veniva data o si atteneva alla disciplina del lavoro e del campo non rimaneva in vita più di tre mesi.
GIUDIZIO PERSONALE:
Un libro interessante sotto molti aspetti, risulta un po’ noioso alla lettura in quanto è statico: tutta la vicenda si svolge in un ambiente sempre uguale, in un eterna giornata lavorativa fredda e grigia, in cui la fame domina i personaggi… Solo al termine c’è un cambiamento che incentiva l’attenzione: i tedeschi se ne vanno e da allora i comportamenti e i pensieri dell’autore cambiano, così come il suo modo di porsi. Tutto ciò porta ad una maggiore scorrevolezza delle vicende.
BIOGRAFIA DELL’AUTORE:
Nasce a Torino nel 1919 e lì muore nel 1987. Di origini ebraiche, studiò chimica all'università di Torino dal 1939 al 1941 e successivamente, mentre lavorava come ricercatore chimico a Milano, decise di unirsi come molti altri intellettuali nel 1942 a un movimento partigiano che compie azioni di disturbo in Val d'Aosta. Per questo motivo fu catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943 e fu condotto prima in un campo d'internamento a Fossoli, vicino Modena; poi nel campo di sterminio (Lager) nazista di Monòwitz, vicino Auschwitz, insieme con altri 650 ebrei, egli sopravvisse perché impiegato in attività di laboratorio. Furono proprio le attività di laboratorio che aumentarono le sue possibilità di non ammalarsi gravemente, di salvarsi dai congelamenti, poiché i laboratori erano riscaldati, e di superare le selezioni. Infine, nel 1987, Levi si tolse la vita forse a causa delle negative conseguenze psicologiche apportategli dall'esperienza del Lager. Quell’esperienza ha una grossa influenza nella sua evoluzione religiosa fino a condurlo all' ateismo: "C'è Auschwitz, quindi non c'è Dio". La permanenza di Levi nel campo di concentramento dura un anno, dopo che i tedeschi in ritirata lo abbandonano con altri prigionieri malati. Da questo momento e cioè dal giugno all'ottobre del 1945 Levi intraprende un viaggio avventuroso attraverso mezza Europa per ritornare in Italia. Qui si reinserisce alla fine della guerra nella vita normale e prende a lavorare in una ditta chimica dove farà carriera e rimarrà fino al 1975. La professione di scrittore viene esercitata in parallelo a quella di chimico, semplicemente dettata dall'esigenza di raccontare agli altri la sua incredibile esperienza che poi si sviluppa maggiormente arricchendosi di temi e motivazioni sempre nuove.
AUTORE: Emilio Lussu
TITOLO: Un anno sull’altipiano
GENERE: Storico
DESCRIZIONE PERSONAGGI:
Del narratore protagonista si sa solo che è sardo, non viene effettuata una sua descrizione. In compenso sono presenti molte descrizioni di personaggi esterni, i cui aspetti ricompaiono a distanza di tempo sempre più evidenti. Un esempio è «Zio Francesco», il soldato più vecchio della compagnia, chiamato così perché aveva anche 5 figli. Egli è un uomo che vive la guerra come un obbligo, infatti anche nei pochi momenti allegri è molto lontano dalla marcia e dai compagni, e nei combattimenti rimane sempre incolume e sempre volontario, quasi a subire il castigo di questa guerra che lo costringe a guardare i compagni più giovani morire. Un'altra figura dominante è il colonnello Abbati, di circa 50 anni, un uomo dalla bottiglia di Cognac sempre pronta, è sorpreso quando scopre che il protagonista è astemio: egli infatti ritiene che l’anima di un combattente in guerra sia l’alcool. Questa realtà viene successivamente confermata più volte dallo stesso narratore.
TEMA CENTRALE:
Il libro parla dell’esperienza di un ufficiale durante la prima guerra mondiale, descrivendo la guerra come un destino crudele a cui non ci si può sottrarre se non con la morte; da questa sorte si spera sempre di fuggire trovando riparo nelle retrovie o a casa.
TRAMA:
La descrizione molto precisa che questo libro fa della guerra di trincea viene alternata agli spostamenti da un accampamento all’altro, alle descrizioni degli aspetti più umani degli ufficiali, soprattutto di quelli di grado superiore al protagonista e ai rari momenti di riposo nelle retrovie, tanto desiderati dai combattenti.
Importante è la distinzione iniziale che viene fatta tra gli ufficiali di carriera, che erano entrati nell’esercito proprio con tale scopo, e quelli di complemento, il cui servizio è prestato occasionalmente come soldati di leva o in caso di guerra. Nella vita gli ufficiali di complemento esercitano mestieri civili, come ad esempio i contadini (tra cui c’erano quindi molti analfabeti).
La guerra è una battaglia infinita, monotona, senza speranza perché quando si avanza verso le linee nemiche si ha la certezza di morire, specialmente se questi avanzamenti sono di soldati singoli e non protetti. La battaglia è inoltre monotona, sempre uguale, i turni di trincea sono “tetri e monotoni”, non essendoci l’assalto ai nemici il narratore non la considera guerra ma lavoro.
GIUDIZIO PERSONALE:
Un libro che offre molti spunti interessanti a proposito della guerra e di come essa è vissuta dai soldati, indipendentemente dai gradi; anche se risente del tono monotono in cui è vissuta (e quindi descritta) la guerra di trincea, rivelandosi in certe occasioni troppo descrittivo e, quindi, poco scorrevole.
Molto forte la sensazione data dall’ultima frase, “La guerra ricominciava”: negli attimi di festa precedenti la guerra non era solo finita ma addirittura dimenticata; mentre dopo quella frase, come dopo una pausa, la guerra ricomincia, lenta, inesorabile, monotona, come una sorte a cui non ci si può sottrarre.
BIOGRAFIA DELL’AUTORE:
Emilio Lussu nacque ad Armungia, un villaggio nella provincia di Cagliari, nel 1890.
Dopo i primi studi, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza a Cagliari. Allo scoppio della Grande guerra, appena laureato, Lussu si propone come interventista democratico: è favorevole all’entrata in guerra contro l’Austria con l’obiettivo sia di acquisire le terre irredente, sia di favorire la disgregazione dell’Impero austriaco, e di conseguenza , il raggiungimento dell’indipendenza e della sovranità da parte delle nazionalità non tedesche ancora sottoposte al governo di Vienna.
Partecipa alla Prima Guerra mondiale come uno fra gli ufficiali di complemento della Brigata Sassari. A seguito della drammatica esperienza, si ha il superamento progressivo della prima posizione ideologica e l’approdo a un pensiero più maturo. Rientrato in Sardegna nel ’19, partecipa alla fondazione del Partito sardo d’Azione, la cui nascita, secondo lo stesso Lussu, è da porre in stretta relazione con l’esperienza della guerra, con il senso di solidarietà creatosi fra i soldati sardi dal fronte, con la presa di coscienza politica che era avvenuta non solo in lui, ma anche in gran parte dei sui compagni. Successivamente il Partito sardo d’azione si configurerà come un generale movimento popolare, sociale e politico dei contadini e dei pastori sardi.
Lussu viene eletto deputato nel ’21 e nel ’24. Dopo il delitto Matteotti, partecipa alla cosiddetta "secessione aventiniana". Il 31 ottobre del ’26, quando ormai il fascismo sta imponendo la sua dittatura con le "leggi fascistissime", lo scioglimento dei partiti e dei sindacati di ispirazione socialista e cattolica, l’abolizione della libertà di stampa, Lussu viene assalito nella sua casa a Cagliari da un gruppo di fascisti. Quello stesso giorno a Bologna c’era stato un attentato fallito contro Mussolini e i fascisti non avevano perso l’occasione per scatenarsi ovunque alla caccia degli oppositori. Per difendersi, Lussu spara un colpo di pistola contro il primo squadrista che gli si presenta davanti e lo uccide. Arrestato, assolto dai giudici in istruttoria per legittima difesa, viene però, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato volute da Mussolini, condannato in via amministrativa a 5 anni di deportazione a Lipari.
A Parigi Lussu, insieme ad altri emigrati politici italiani, dà vita a "Giustizia e libertà" , un movimento antifascista che si proponeva di individuare e promuovere metodi di lotta di tipo rivoluzionario per abbattere la dittatura fascista. Nel ’36 viene ricoverato in un sanatorio in Svizzera dove è sottoposto ad un difficile intervento chirurgico ai polmoni in seguito all’aggravarsi di una malattia contratta nelle carceri fasciste. Qui scrive la "Teoria della insurrezione", uno studio - teorizzazione sulle caratteristiche della guerra partigiana. In sanatorio Lussu, fra il ’36 e il ’37 scrive "Un anno sull’altipiano".
Dopo oltre 5 anni trascorsi in vari paesi in una continua attività di organizzazione politica, Lussu rientra in Italia nell’agosto del ’43 e partecipa alla Resistenza. Finita la guerra, Lussu entra a far parte, nel 1945, dal governo Parri e del successivo primo governo De Gasperi. Nel 1946 viene eletto deputato alla Assemblea Costituente. Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione – 1947 - entra nel partito socialista, ma nel 1964, mostrando ancora una volta il suo temperamento rivoluzionario, partecipa alla costituzione del Partito socialista di Unità Proletaria. Muore il 5 marzo del 1975.
AUTORE: Luigi Pirandello
TITOLO: Il fu Mattia Pascal
GENERE: Biografia
DESCRIZIONE PERSONAGGI:
Mattia Pascal proviene da una famiglia benestante le cui finanze, però, sono venute a mancare con la morte del padre a causa della cattiva amministrazione del patrimonio da parte di Batta Malagna. Tra il protagonista della vicenda e la madre c'è un ottimo rapporto di stima, rispetto e tenerezza. Tra Mattia e Roberto, il fratello, il rapporto è più di complicità. Mattia ha un volto placido e stizzoso, è minuto, ha il naso molto piccolo, come il mento; ed è costretto a portare un paio di occhiali tondi per curare lo strabismo di uno dei suoi occhi; ma a lui basta avere la salute. Mattia non vive completamente la sua vita, limitandosi invece ad osservarla; ma ciò lo rende incapace di prendere delle decisioni e di assumersi le sue responsabilità. La prima svolta che cerca di dare alla sua vita è il matrimonio con Romilda, ma questo si rivela un fallimento. Avuta successivamente la possibilità di cambiare identità tenta di riprovare a vivere una vita migliore, ma Mattia Pascal fallisce anche in questo e il senso di solitudine torna di nuovo in lui, più viva di prima.
Romilda è la figlia di Marianna Dondi; appare molto cortese e gentile nei confronti di Mattia quando si incontrano per la prima volta nella casa dove lei vive con la madre. Mattia Pascal si innamora subito di quegli occhi belli, di quel nasino, di quella bocca. Romilda, durante un incontro con il protagonista del romanzo giunge persino a pregarlo di fuggire con lei per potersi liberare della oppressiva presenza della madre. Ma presto l'atteggiamento della giovane cambia radicalmente: rimasta incinta di Mattia vuole che la paternità del figlio sia attribuita all'arricchito cugino della madre, Batta Malagna, ma quando quest'ultimo decide di tornare da Oliva, la moglie, rimasta a sua volta incinta, Romilda accetta di sposarsi con Pascal. I nove mesi della gravidanza sono vissuti dalla giovane in una maniera tremenda e riversa la sua sofferenza sul marito che stenta a sopportarla.
Quando Mattia Pascal torna a Miragno dopo anni di assenza, Romilda si è risposata con Mino Pomino e i due hanno avuto una bambina la cui purezza e innocenza convincono lo stesso Pascal a non fare rivendicazioni a proposito della madre.
TEMA CENTRALE:
Pirandello descrive una tragedia moderna attraverso l’umorismo: Il fu Mattia Pascal è formato da gioia e sofferenza, da riso e pianto, da comicità e tragicità allo stesso tempo. Con la figura di Mattia Pascal, Pirandello ha voluto segnalare che l'uomo non sarà mai in grado di vivere al meglio la propria vita, ma si sentirà sempre un estraneo nei confronti di questa.
TRAMA:
Mattia Pascal, bibliotecario nella biblioteca Boccamazza nel paesino ligure di Miragno, su consiglio dell'amico don Eligio Pellegrinotto, decide di scrivere il suo strano e diverso caso. Inizia così il suo racconto: dopo la morte della madre e di entrambe le figlie, infelice del suo lavoro di bibliotecario e del suo matrimonio con Romilda; fuggì un giorno da casa cercando fortuna. Giunse allora a Montecarlo dove, aiutato da un'inspiegabile fortuna, vinse una forte somma di denaro al Casinò. Di ritorno verso casa venne casualmente a sapere leggendo un quotidiano che, nel suo paese, tutti lo credevano morto suicidato. Dapprima il protagonista rimase sconcertato, ma poi si accorse che quella era un'occasione fornitagli dal destino per rifarsi una nuova vita, migliore di quella precedente, senza più legami, ma in pieno rispetto dei propri sentimenti e bisogni. Cambiato il suo aspetto e assunto il nome di Adriano Meis, viaggiò per anni fra Italia e Germania fino a quando non si stabilì a Roma. Lì si innamorò di Adriana, la placida figlia del proprietario della pensione di via Ripetta in cui viveva. Non potendola sposare e non potendo denunciare il furto di un'ingente somma di denaro subito da parte del cognato di Adriana durante una seduta spiritica, Mattia-Adriano decise di inscenare un suicidio che lo vedeva protagonista. Avvenuta la sua "seconda morte" fece ritorno a Miragno per riappropriarsi della sua vita, ma giuntovi scoprì che la moglie si era risposata con Gerolamo Pomino, un suo amico di infanzia, e aveva avuto da lui una figlia; Pascal decise allora di continuare a vivere solo con se stesso.
GIUDIZIO PERSONALE:
La descrizione del carattere dei personaggi rende il romanzo molto interessante e condivisibile sotto molti aspetti, anche se la psicologia del personaggio è abbastanza complicata da capire. Fornisce buoni spunti di riflessione da quando Mattia o Adriano si libera dalla maschera che la societa gli ha imposto di mettersi e poi se ne riappropria comprendendo che senza di essa non si vive; soprattutto perché dimostra la libertà di cui si può godere se si è padroni di se stessi.
BIOGRAFIA DELL’AUTORE:
Luigi Pirandello (Girgenti, oggi Agrigento, 28 giugno 1867 - Roma, 10 dicembre 1936) nasce in una famiglia di agiate condizioni economiche in cui la tradizione patriottica e anticlericale era molto viva; il padre Stefano era un ex garibaldino, e la madre Caterina Ricci Gramitto, la cui famiglia era stata una delle più attive durante il movimento separatista del 1848.
Pirandello manifestò sin da presto la sua passione per la letteratura: lesse numerosi romanzi storici e drammi, in seguito si appassionò alla lettura di classici greci e latini. Compì dapprima studi tecnici su consiglio del padre, ma, dopo averli abbandonati, si iscrisse al ginnasio di Palermo con l'appoggio della madre. Nel 1886 ottenne la licenza liceale e si recò durante l'estate nelle zolfare di Girgenti del padre per apprenderne il mestiere. Si iscrisse poi contemporaneamente alle facoltà di legge e lettere a Palermo, ma l'anno successivo abbandonò la prima e si trasferì a Roma per frequentare la seconda. Fu però costretto ad abbandonare l'università di Roma e continuò così i suoi studi a Bonn su consiglio del suo docente di filologia. Nel 1891 si laureò a Bonn discutendo in tedesco la tesi dal titolo " Suoni e sviluppi di suono nella parlata di Girgenti". In Germania, inoltre, scrisse le sue prime opere.
Tornato in Italia si stabilì a Roma dove conobbe Ugo Flores, vivace ed eclettico uomo di cultura, ed anche Capuana che consigliò a Pirandello di dedicarsi completamente al romanzo. Nel 1894 sposò Antonietta Portolano, figlia di un socio del padre, che diede a Pirandello tre figli. Nel 1897, per far fronte alle necessità famigliari, Pirandello accettò l'incarico di stilistica al magistero femminile della capitale. Continuavano intanto in quegli anni a uscire suoi romanzi e novelle. Nel 1903 si allagarono le zolfare del padre di Pirandello il quale rimase così in miseria. Proprio in quell'anno la moglie iniziò a dare i primi segni di una malattia mentale. Pirandello, provato della sua stessa situazione famigliare, scrisse nel 1904 Il fu Mattia Pascal, la sua opera più celebre. Nel 1910 egli divenne anche autore teatrale. Durante la prima guerra mondiale visse in solitudine patendo per la lontananza del figlio Stefano, fatto prigioniero, per l'aggravarsi della malattia della moglie e per la morte della madre. Finita la guerra, Luigi Pirandello si dedicò maggiormente al teatro, lasciando in secondo piano la narrativa e abbandonando anche il suo lavoro di insegnante. Nel 1924 si iscrisse al Partito fascista, ma poi si allontanò anche da questo. Iniziò allora a viaggiare con la sua compagnia teatrale tenendosi il più distante possibile dall'Italia. Nel 1929 vinse il titolo di accademico d'Italia e nel 1934 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura, conteso, in quell'anno, anche da Valéry e Chesterton.
Morì due anni dopo a Roma, rimasto ormai in quasi completa solitudine.
Pirandello si fece conoscere e apprezzare in tutta Europa grazie alla sue rappresentazioni teatrali (Cosi è (se vi pare), Sei personaggi in cerca di autore, Enrico IV).
Luigi Pirandello rappresentò sulle scene l'incapacità dell'uomo di identificarsi con la propria personalità, nel dramma della ricerca di una verità al di là delle convenzioni e delle apparenze.
AUTORE: Oriana Fallaci
TITOLO: Lettera a un bambino mai nato
GENERE: Romanzo autobiografico
DESCRIZIONE PERSONAGGI:
La mamma è la narratrice dell’intero romanzo. Dalle sue parole e sensazioni appare una donna insicura, soprattutto nel momento in cui non sa decidere se tenere il bambino. Quest’insicurezza è sottolineata dall’autrice tramite le numerose domande retoriche che questo personaggio si pone, il più delle volte questa si risponde ponendosi altre domande. Questa donna appare, come tutte le mamme, molto affezionata al proprio bambino, anche se qualche volta si arrabbia con lui senza un motivo. Il suo atteggiamento, nei confronti del figlio, è di protezione, infatti cerca di “difenderlo” da chi vorrebbe farla abortire.
La visione del mondo di questa donna non è bella, perché pensa che nel mondo la sopravvivenza è violenza, la libertà è un sogno, la giustizia un imbroglio e l’amore una parola senza alcun significato…… e secondo lei nel mondo sopravvive soltanto il più forte e i maschi perché le donne sono soltanto domestiche e adatte solo a mettere alla luce figli…
Il ruolo del bambino in questo libro è molto importante poiché la storia ruota intorno a lui. Si può definire il protagonista, perché “il libro senza di lui non sarebbe esistito” essendo “l’oggetto” dei pensieri della madre.
TEMA CENTRALE:
Questo libro è centrato sulla domanda che ogni donna si pone quando rimane incinta, e cioè se tenere il figlio che nascerà oppure no. È scritto come un monologo interiore, come fosse un pensiero, anche se in fondo è, come dice il titolo stesso, una lettera a quel bambino per cui la madre vive e grazie al quale la donna riesce a cambiare sotto molti punti di vista.
TRAMA:
Una donna si ritrova a decidere da sola se allevare un figlio e dopo varie domande che si pone, decide di darlo alla luce. Varie volte, anche dopo aver preso la decisione di dare alla luce il bambino, la madre pensa di abortire.
La madre dopo essere stata certa della presenza del bambino avverte subito il padre che non è felice della notizia, infatti chiede alla mamma quanto denaro ci volesse per abortire.
Tutte le persone che stanno intorno a questa donna cercano di farle cambiare idea perché credono che una donna sola non possa avere un figlio. Persino il suo dottore cerca di farle cambiare idea. Il datore di lavoro della madre è anche pronto a coprire la spesa che serve a fare l’aborto.
La mamma decide di non ascoltare più il dottore, che le aveva consigliato di stare a letto per evitare il dolore a sé e al bambino, perché stando a casa trascurava il lavoro; cambia dottore e va da una dottoressa, la quale diventa sua amica e non le proibisce di lavorare. Allora la mamma parte per un viaggio di lavoro, anche se torna prima a casa perché ha paura di aver perso il bambino.
La donna non si da pace perché sa che ciò di cui aveva avuto più paura era successo: il bambino era morto.
GIUDIZIO PERSONALE:
Questo libro mi è piaciuto in modo particolare perché fa riflettere su un problema attuale che è l’aborto e perché descrive molto bene le sensazioni e i pensieri della futura madre che decide di far nascere suo figlio non perché si sente obbligata a farlo ma perché desidera far vivere il bambino: pur sapendo che la vita è spesso problematica e difficile è comunque un esperienza meravigliosa che non bisogna negare a nessuno.
BIOGRAFIA DELL’AUTORE:
Oriana Fallaci nacque a Firenze nel 1929, negli anni del potere mussoliniano. Durante la giovinezza, lo stato politico e sociale dell’Italia ebbe un notevole influsso sulla sua vita, così come la figura del padre, un liberale contrario alla corsa al potere di Mussolini, il quale continuò l’opposizione per tutto il periodo fascista. Quando l’Italia decise di entrare attivamente nella Seconda Guerra Mondiale, Oriana Fallaci aveva poco più di dieci anni. Unendosi al padre nel movimento clandestino di resistenza, divenne membro del corpo dei volontari per la libertà contro il Nazismo. Nell’occupazione di Firenze da parte delle truppe naziste, il padre fu catturato, imprigionato e torturato, prima di essere rilasciato vivo. A quattordici anni, ricevette un riconoscimento d’onore dall’Esercito Italiano per il suo attivismo durante la guerra. Il conflitto finì nel 1945 e di lì a poco Oriana avrebbe deciso di diventare una scrittrice. Oriana Fallaci iniziò la sua carriera di giornalista con un articolo di cronaca, ma le sue doti spiccate le valsero in fretta degli incarichi importanti. Presto cominciò ad intervistare figure politiche di rilievo e a seguire gli eventi internazionali. Ha lavorato per il settimanale «Europeo» e collaborato con altre testate, sia in Europa, che nel sud America. Ha intervistato figure del calibro del direttore della Cia William Colby, il primo ministro pakistano Ali Bhutto, l’Ayatollah Khomeini dell’Iran, concentrandosi sul loro ruolo di figure dominanti nel sistema politico internazionale.
Ha raccolto le sue esperienze di critica e provocatoria reporter in alcuni volumi tra i quali
Niente e così sia e Intervista con la storia.
Un eco delle sue vicende autobiografiche si riscontra anche nei fortunatissimi romanzi Penelope alla guerra (1962), Lettera a un bambino mai nato (1975), Un uomo (1979) e Inshallah.
Sull’onda dell’emozione suscitata dagli attentati terroristici compiuti in America l’11 settembre 2001 la scrittrice di origini fiorentine (tuttora residente a New York) ha pubblicato il volume La rabbia e l’orgoglio, che ha venduto innumerevoli copie sebbene sia stato travolto dalle critiche.
AUTORE: Niccolò Macchiavelli
TITOLO: Il Principe
GENERE: trattato
DESCRIZIONE PERSONAGGI:
Quest’opera è dedicata a Lorenzo de’ Medici e analizza i vari comportamenti che il Principe, quale governatore di uno stato, deve utilizzare. Il Principe deve essere parsimonioso, crudele ma non tanto da essere odiato, deve essere ingannevole e mai leale. Portando ad esempio degli animali, Macchiavelli afferma che il Principe deve essere, a seconda dell’occasione, volpe o leone. La volpe indica la furbizia, e con essa il Principe può scoprire i tranelli; il leone invece indica la forza, con cui il Principe vince gli avversari.
TEMA CENTRALE:
Il libro analizza la creazione e i differenti modelli di principato; esamina e tenta di risolvere il problema delle milizie; consiglia quali siano gli atteggiamenti più adatti alla figura del principe e, in seguito, determina quali sono le cause e i motivi delle sconfitte dei principi durante il loro governo.
TRAMA:
Questo trattato descrive i metodi che devono essere utilizzati dal principe per governare uno stato, facendo un elenco delle virtù del “principe perfetto”: chi governa non deve essere vincolato dalle tradizionali norme etiche; deve governare con virtù, contrastando la fortuna avversa e infine deve disporre di un esercito formato dai cittadini e non da mercenari: i cittadini combattono con più forza per difendere le loro stesse case.
Inoltre Macchiavelli fornisce anche delle spiegazioni sugli atteggiamenti che il principe deve adottare nelle diverse occasioni: per un principe è molto più sicuro essere temuto, egli deve essere parsimonioso, crudele non tanto da essere odiato, ma abbastanza per essere temuto.
Nell’ultima parte del libro Macchiavelli parla della situazione italiana e fornisce degli esempi di stati italiani, ricordando che la migliore forma di governo è quella ottenuta per mezzo di virtù ed armi proprie.
GIUDIZIO PERSONALE:
Un libro molto interessante e chiaro nelle spiegazioni che fornisce, coinvolgente poiché ad ogni domanda segue subito una risposta chiara e ben motivata. Nonostante il linguaggio colto, che quindi “rallenta” un po’ la lettura, questo libro si rivela complessivamente piacevole da leggere.
BIOGRAFIA DELL’AUTORE:
Niccolò Macchiavelli nacque a Firenze da antica famiglia originaria di Montespertoli, durante la giovinezza ebbe una normale educazione umanistica, dedicata soprattutto allo studio dei classici.
Intraprese la carriera politica iniziando con incarichi di poco conto, ma successivamente assunse incarichi che lo portarono a Roma e a lavorare presso Cesare Borgia, poi diventato il modello politico di cui Macchiavelli parla nel Principe. Nel 1512 cadde la repubblica fiorentina e venne restaurata la signoria medicea, il cardinale Giovanni de Medici assunse i pieni poteri in Firenze e Macchiavelli venne immediatamente allontanato dai pubblici uffici.
Sospettato di essere coinvolto nella congiura di P.P. Boscoli, venne imprigionato e torturato: liberato in occasione dell’elezione di Leone X, fu condannato a un anno di confino, che trascorse nella sua villa, l’Albergaccio, in Val di Pesa. Qui impiegò gran parte del suo tempo a redigere le sue opere più importanti tra cui: Il Principe, Istorie fiorentine (1520-25).
Morì nell’anno in cui la repubblica fu ricostituita a Firenze.
AUTORE: Miguel de Cervantes
TITOLO: Don Chischotte della Mancha
GENERE: Romanzo
DESCRIZIONE PERSONAGGI:
Don Chischotte è un anziano nobiluomo di campagna, che passa il suo tempo a leggere romanzi di avventura, infervorandosi a tal punto da decidere di ripetere le gesta dei suoi eroi. In sella allo scheletrico cavallo Ronzinante, con indosso un'armatura ritrovata nel granaio della fattoria ed in testa un elmo arrugginito, all'insaputa di tutti, parte alla ricerca di principesse da salvare e felloni da sfidare in duello. Poiché ogni cavaliere deve avere nei suoi pensieri una dama per cui combattere, sceglie una contadina del luogo, battezzandola Dulcinea del Toboso.
Sancio Panza è invece un villano che Don Chischotte incontra in un suo viaggio, decidendo in seguito di farlo diventare suo scudiero, con la promessa che Sancio sarebbe diventato proprietario di una delle tante isole che i due avrebbero conquistato.
I due personaggi hanno caratteri e fisionomie estremamente diverse: alto e magro Don Chischotte (nonché difensore degli elevati ideali); basso e paffuto Sancio Panza (il suo unico obiettivo è ottenere il governo di un’isola). I due, nonostante siano l’uno l’opposto dell’altro, sono in realtà più vicini di quanto si possa immaginare, tanto che sembra che si completino a vicenda. Lo stesso discorso vale anche per il carattere: ingenuo e credulone ma esperto della vita il contadino, colto e intelligente anche se non abituato a vivere la dura esistenza l’altro.
TEMA CENTRALE:
In questo libro vengono narrate tutte le imprese di Don Chischotte, che viaggia attraverso la Spagna in cerca di avventure e di nemici da sconfiggere, quali ad esempio giganti, mostri e maghi.
Alla fine il tema principale diventa la pazzia e la delusione dell’uomo di fronte alla realtà, perché essa gli impedisce ogni immaginazione o aspettativa.
TRAMA:
Questo libro parla delle avventure di Alonso Chesciana, che, cambiato il suo nome in Don Chischotte, parte per un viaggio in cerca di avventure. Don Chischotte coinvolge nella sua impresa il suo “destriero”, Ronzinante, e lo “scudiero”, un villano di nome Sancio Panza. Tutti insieme partono con l’obbiettivo di difendere i deboli e di risolvere le liti; e Don Chischotte decide di dedicare le sue eroiche imprese a Dulcinea, la dama di cui si convince di essere innamorato.
Don Chischotte lascia per tre volte il suo villaggio d’origine e vive molte avventure, al termine delle quali si rende conto che è solo la sua immaginazione a trasformarlo in cavaliere; e condanna la realtà per impedirgli di realizzare questo suo sogno.
GIUDIZIO PERSONALE:
Si tratta di un libro interessante e scorrevole: le descrizioni dettagliate dei personaggi facilitano l’immaginazione della storia, gli interventi dell’autore contribuiscono ad avvicinare la storia alla realtà, e il tono scherzoso rende il tutto più allegro, invogliando il lettore a proseguire addentrandosi sempre più nel racconto.
BIOGRAFIA DELL’AUTORE:
Miguel de Cervantes nacque nel 1547 a Alcalá de Henares, quarto di sette figli di un modesto chirurgo, e trascorse l’infanzia tra Valladolid, Salamanca, Siviglia e Madrid. Non si hanno molte notizie sulla sua educazione; nel 1569 era in Italia al seguito di Giulio Acquaviva, probabilmente per sfuggire alla cattura dopo aver ferito un uomo. Lì si arruolò come militare partecipando tra l’altro alla battaglia di Lepanto (1571), durante la quale fu ferito piuttosto gravemente perdendo l’uso della mano sinistra.
Nel 1575, durante una traversata che lo avrebbe riportato in Spagna, la sua nave fu assalita dai pirati e Cervantes fu fatto schiavo e portato ad Algeri; durante i cinque anni di schiavitù provò a fuggire ben quattro volte. Nel 1580 fu finalmente riscattato e raggiunse il Portogallo mettendosi a servizio di Filippo II. Fino al 1600 abitò a Siviglia, impiegato come commissario per la fornitura di viveri all’Invincibile Armada; nel 1602 fu di nuovo in carcere, coinvolto nel fallimento di un banchiere. Probabilmente durante questo periodo di prigionia cominciò ad avere l’idea di scrivere il Don Chischotte, la sua opera più importante.
Uscito di prigione si stabilì a Valladolid ma anche qui ebbe problemi con la giustizia: fu sospettato infatti di aver ucciso un nobile e tornò in prigione per breve tempo. Nell’ultimo periodo della sua vita si impiegò presso Filippo III, seguendo la sua corte a Madrid. Qui si dedicò alla letteratura, scrivendo la maggior parte della sua opera. Morì nel 1616 a Madrid.
Dopo l’esordio con Galatea (1585), Cervantes pubblicò nel 1605 la prima parte del romanzo La storia di don Chischotte della Mancha, noto in Italia con il titolo più breve di Don Chischotte. Tra il 1605 e il 1615, data della pubblicazione della seconda parte del romanzo, scrisse le dodici Novelle esemplari (1613), il poema Il viaggio nel Parnaso (1614) e i testi teatrali Otto commedie e otto intermezzi (1615).
AUTORE: Cesare Beccaria
TITOLO: Dei delitti e delle pene
GENERE: trattato
DESCRIZIONE PERSONAGGI:
Non trattandosi di un romanzo, questo libro non possiede personaggi, ma piuttosto argomenti trattati. Prevalgono la pena di morte e la tortura, anche se Beccaria analizza la struttura giudiziaria in generale, accusando lo Stato e la Chiesa per le numerose mancanze legislative.
TEMA CENTRALE:
L’opera segnala i difetti del sistema criminale allora esistente e si concentra sulla pena di morte e la tortura, condannandole severamente in più modi. Viene condannato anche lo stato delle prigioni, anguste e malsane, e il sistema della procedura giudiziaria; progettata in maniera da offrire ad un imputato non colpevole poche possibilità di mostrare la sua innocenza.
TRAMA:
Nell’opera Beccaria affronta il problema della legittimità dei governi di punire coloro che in qualsiasi modo contravvengono a quanto stabilito dalle leggi, in quanto, come affermavano gli illuministi, tra il cittadino e lo Stato si stabiliva un "patto sociale" in base al quale ogni cittadino rinunciava a una piccola parte della propria libertà per il raggiungimento della maggior felicità possibile, garantita a ciascuno dall'azione dello Stato.
Beccaria insiste anche su un altro argomento importante, ovvero il problema di come si possano prevenire i delitti, che è anche il vero scopo di quest’opera. Infatti per Beccaria delitti, più che puniti, devono essere prevenuti, e per ottenere questo la legislazione dovrebbe portare gli uomini al massimo di felicità, al fine di evitare che essi desiderino danneggiare la vita di altri cittadini.
GIUDIZIO PERSONALE:
Questo libro si incentra soprattutto sulla pena di morte, argomento sul quale vengono dati spunti interessanti e molto attuali, purtroppo analizzati in modo troppo ripetitivo e insistente, cosa che rende “lenta” alla lettura una buona parte del libro.
BIOGRAFIA DELL’AUTORE:
Cesare Beccaria nacque a Milano nel 1738 da una famiglia ricca e nobile e a vent'anni si laureò in Legge presso l'Università di Pavia. Le nozze del 1761 con Teresa Blasco, di condizioni umili, portarono alla rottura con la famiglia e fu solo grazie all'intervento di Pietro Verri, al quale intanto Beccaria si era avvicinato, che poté in seguito avvenire la riconciliazione. Alle frequentazioni con Pietro Verri é ispirata la prima opera edita da Beccaria, il trattato Del disordine e de' rimedi delle monete nello stato di Milano nel 1762. Con questo scritto Beccaria prendeva una netta posizione in una delicatissima questione finanziaria, entrando così in polemica con i conservatori. Nello stesso anno, poi, gli nacque la figlia Giulia, la futura madre di Alessandro Manzoni. Isolate e sporadiche furono le collaborazioni di Beccaria alla rinomata rivista "Il Caffè", ma tutte di altissimo valore teorico. L'adesione alle idee degli illuministi francesi e la collaborazione intensa con Pietro Verri dovevano dare i loro frutti e li diedero con la pubblicazione del capolavoro di Beccaria, Dei delitti e delle pene. Beccaria preferì far comparire come anonimo l'opuscolo, temendo ripicche personali e ritorsioni e, infatti, parecchie furono le reazioni di condanna, soprattutto da parte della Chiesa cattolica, che nel 1766 inserì l'opera nell'Indice dei libri proibiti, senza però arrivare a bruciarla pubblicamente. Tuttavia Beccaria ottenne anche molti pareri favorevoli: in Italia il libro fu strenuamente difeso dai fratelli Verri sul "Caffè" e in Francia i philosophes più prestigiosi lo tradussero e salutarono come un vero e proprio capolavoro, Voltaire in primis. Questo gli fruttò l'invito ad andare a Parigi, dove arrivò in compagnia di Alessandro Verri nell'ottobre del 1766. Ma il suo carattere schivo e riservato gli rese sgradevole l'accoglienza festosa dell'ambiente parigino, mentre la nostalgia dell'amata Milano e della famiglia lo inducevano ad un rapido rientro in patria, interpretato un po’ da tutti come una sorta di fuga inspiegabile. Questo fece vacillare i suoi rapporti con i fratelli Verri, che gli rinfacciarono l'indolenza e il carattere provinciale: finiva così la fruttuosa collaborazione col gruppo degli illuministi lombardi. Dal 1769 Beccaria occupò per due anni la cattedra di Economia civile presso le Scuole Palatine di Milano (e, una volta morto, verranno pubblicati gli Elementi di economia pubblica). Dal 1771 fino alla morte (avvenuta il 28 novembre 1794) si dedicò alla carriera amministrativa, dando il suo apporto alla politica riformista della monarchia asburgica che regnava su Milano. Nel 1770 intanto aveva pubblicato le Ricerche intorno alla natura dello stile, in cui riprendeva le riflessioni comparse sulla rivista "Il Caffè".